#Aria

Le sue dita accarezzavano, stringevano, stiravano velocemente le corde di quello strumento tanto essenziale alla sua vita e a quella del suo popolo. Il suo mento appoggiato su esso, mentre la sua pelle traspirava al contatto. Il vento le accarezzava il viso e i bei capelli neri, mossi, che le ricaddero sulle spalle mentre in quel movimento, al massimo del patos del brano che stava suonando, alzò il mento e lo sguardo sul suo pubblico. Su quella gente tanto disprezzata, odiata, insultata, perseguitata. La sua gente.

Allora le dita accelerarono. E i danzanti con esse, sempre più veloci, vorticosi, e più rapida la musica, più loro stavan dietro. Quelli che non riuscivano si scostavano, in una selezione naturale che proseguiva con le note.

La musica rallentò. Abbassò la testa. Pensò a suo nonno, che le aveva insegnato a suonare quello strumento, che all’epoca del socialismo era un artista, famoso, rispettato. Pensò di nuovo che era un’altra epoca, che forse lei non aveva lo stesso talento. O forse no, che era colpa dei tempi, che l’odio per la sua gente era aumentato con la loro miseria, e coinvolgeva anche lei.

Smise di pensare, doveva riprendere il ritmo. La musica accelerò, e le danze, e il battito delle mani, e il vento fresco che scendeva sul palco dai Carpazi, in quella tiepida serata d’agosto.