#Fuoco(capitolo1)

Arrivammo su un pullman da strade meno disastrate di quel che ci aspettavamo, condotti da un uomo il cui volto era segnato da profonde cicatrici. Impossibile capire di quale religione fosse, e non domandarsi quanti ne avessi sgozzati delle altre. Entrammo per una via stretta che ci strinse anche il fiato. A destra un cimitero, minareti, croci e ancora minareti. Palazzi mezzi squarciati, bruciati accanto ad altri intatti e polverosi coi panni stesi a dar colore sul grigio. L’asfalto sempre più crepato fino alla stazione, come le facce delle persone in strada, le loro pupille dilatate. Dal minareto sentimmo chiamare alla preghiera, mentre noi solo quando fummo scesi dal nostro mezzo notammo quella montagna sproporzionata rispetto al paese che dominava, con quella croce altrettanto imponente. Le altre montagne circondavano tutto, ma quasi non si notavano.

Passato il primo spavento ci incamminammo a cercare la nostra pensione, e chiedendo a gente più o meno sana di mente attraversammo quel confine, formato da un isolato di palazzi sgangherati, tra lo sprofondo e il gioiello che avevamo visto in cartolina. Il vecchio ponte finalmente davanti a noi, con le luci del tramonto che tagliavano il mondo reale che vi era sopra da quel mondo incantato sottostante, dove il ruscello che immaginavamo esser chissà che fiume rifrangeva la luce assorbita nei secoli passati.

Il nostro ospite ci accolse con tè aromatizzato e mille gentilezze, introducendoci nella stanza preparataci, coperta di tappeti e ornata di stoviglie orientali.