#MichiamoMoussur

Mi chiamo Moussur.

Ma non lo sa nessuno.

Qui, in questo posto non abbiamo tempo per i nomi.

Qui, in questo posto siamo solo dei numeri.

Qui, in questo posto mi danno le rose che vi porto ai ristoranti.

Qui, in questo posto, le rose non hanno profumo.

Io me lo ricordo il profumo delle rose, ne avevo un giardino pieno in Pakistan.

Erano belle, le mie rose, piene di colore e profumo.

Mi chiamo Moussur.

Ma non lo sa nessuno.

Giro per le strade di Roma pieno di mazzi di fiori senza profumo, come la mia vita qui.

Se va bene mi dite di no ma mi sorridete, se va male mi scacciate in malo modo senza neanche guadarmi in faccia, come ad una mosca fastidiosa.

A volte vorrei regalare i miei fiori, a qualche ragazza a cui non li comprano mai e guarda speranzosa il ragazzo che dice di no.

Le ragazze a cui le comperano sorridono, anche Parvi sorrideva quando gliene portavo una dal giardino.

Sono belle le ragazze che ridono, anche se mettono il naso in un bocciolo senza profumo.

Mi chiamo Moussur e vendo rose senza odore.

Rose cresciute in serre, in prigioni di cellophane, senza avere mai visto il sole.

Mi chiamo Moussur e lo dico solo a me stesso, perchè non voglio dimenticare il mio nome.

Non voglio dimenticare che sono una persona, anche se per alcuni sono solo un’ombra tra i tavoli del ristorante.

Mi chiamo Moussur, e sono sdraiato per terra in mezzo ad un incrocio.

Mi chiamo Moussur e sono coperto di sangue e di rose.

Mi chiamo Moussur e mi stanno avvolgendo con un telo nero di plastica.

Come le mie rose.