#Unaltrogiorno

Le luci di posizione posteriori delle automobili parevano in lontananza stelle rosse a quattro punte, ed i fari dei lampioni che illuminavano la tangenziale lasciavano scie, come quando si muove velocemente una torcia nell’aria.

Avrebbe dovuto portare con se gli occhiali.

Cercava un posto dove scappare, non avendone nessuno dove tornare diverso da casa.

Scappare dal figlio autistico, così diverso dagli altri, del quale si vergognava e ogni volta che lo vedeva si domandava perché proprio suo figlio; e dalla moglie.

Con la quale ormai condivideva più tempo dall’assistente coniugale che non in altri posti.

Un professionista di quelli che tengono le lauree appese in studio e si prendeva 65 auro ogni giovedì alle 17:30 per dire loro che dovevano andare d’accordo; grazie tante.

Aveva inizialmente escogitato di andare a schiantarsi addosso a qualcosa e finirla lì, ma il timore del dolore fisico e forse il pensiero di lasciare qualcuno senza di lui, lo avevano fatto desistere.

Quello stesso pensiero lo faceva tornare indietro, a casa.

A casa da chi lo amava, e dalla moglie.

Una volta rincasato lo accoglieva il rumore del compressore del frigorifero, si faceva strada nella casa debolmente illuminata dalle luci esterne e si infilava nel letto dal quale era sgusciato un’ora fa.

Prima di addormentarsi pensava: “domani è un altro giorno”.