#UnCanediCeramica

Caricò ogni cosa in macchina. Tutto, anche il cane di ceramica ereditato dalla nonna. La creatura lo osservava con gelido distacco, retaggio di antiche e nobili lucidature che mai avrebbe rivissuto in questa epoca minimalista.

“Hai preso tutta la tua merda?!” Come una furia, Simona. Gli avrebbe dato un calcio tu-sai-dove se solo ne fosse valsa la pena. Ma ritenendolo essenzialmente privo non si degnò nemmeno di sollevare l’alluce.

Mattia, che peccava di ingenuità dai tempi di Calciopoli, pensò trattarsi di una vera domanda e rispose: “Mancherebbe la trapunta di zia Concetta.”

Da qualche parte in Corea del Nord esplose l’ennesimo test nucleare. A Molfetta erano le quattro di mattina, e Simona avrebbe attaccato a lavorare alle 6, così si limitò a un più pragmatico “Levati dai cojoni.”

Sottinteso che tra i due quella ad avere i gingilli fosse proprio lei.

Mogio per l’addio alla trapunta di zia Concetta, quest’ultima famosa per essere fortunata a Tombola, Mattia salì in macchina. Non resistette alla tentazione di guardare nello specchietto retrovisore: forse per spezzare la tensione di quell’ultimo litigio, Simona lo salutò con un adorabile gioco da bambini caricando un fanculo a molla.

Partì. Avrebbe messo Perfect Day di Lou Reed se ne avesse capito di musica. L’alba del suo primo giorno da single dopo tre anni di convivenza fu invece salutato da ‘Pop Corn e Patatine’.

Nel bagagliaio, il vecchio cane di ceramica levò un lungo ululato.