#LasignoraLiliana

Era Luglio. Caldo e umidità la facevano da padrone. Mia madre doveva subire un’operazione: asportazione della cistifellea.

La prima notte dopo l’operazione ero su di una sedia, vicino a lei. Entrò un’infermiera portando una barella. Sentivo dei lamenti. Guardai e vidi una signora. Girava la testa da una parte all’altra. Non riuscivo a capire cosa dicesse: “Ho caldo, sete…”

La scoprii. Cercai le infermiere ma erano sparite tutte. Bagnai un po’ d’ovatta e gliela passai sulle labbra. Mi ringraziò con un filo di voce. La mattina arrivò mia sorella. Tornai la sera dopo. La signora era sveglia e mi salutò.

Passarono i giorni e mia madre si riprese. La signora Liliana invece era ancora lì. Nessuno veniva a trovarla. Aveva un figlio a Milano, aveva un lavoro importante che non poteva certo lasciare per venire da lei.

Mi accorsi di provare pena per questa donnina. Il giorno delle dimissioni di mia madre le chiesi cosa potessi fare.

– “No, nulla. Tranquilla angelo mio, domani verrà mio figlio.”

Non venne nessuno. Andai in ospedale tutti i giorni. Inventavo ogni tipo di scuse. La signora peggiorava. Chiesi informazioni. Non c’era ancora la legge sulla privacy. Non sarebbe servita comunque: come risposta ricevetti uno sguardo pietoso. Quel giorno andai via senza salutarla. Non ce l’avrei fatta a farmi veder piangere.

Tornai tutti i giorni. Ogni volta, mi vedeva e mi diceva: “Ecco il mio angelo!”

Morì dopo un mese. Ero lì, accanto a lei. Come tutti gli angeli che si rispettino.