#Disobey

Apro gli occhi e non sento, non mi sento. Provo a muovere gli occhi ma li sento di marmo, fissi nel vuoto del mattino, fatto di colpe e obiettivi appesi al soffitto. Le braccia, non so dove siano, così come le gambe e la bocca. Solo il naso è al suo posto e continuamente mi rimanda l’odore amarognolo dell’ignoto.

Qualcosa si muove, su di me, forse di me. Lo sento strisciare sulle lenzuola, lo sento avvicinarsi. È la mia mano, che si muove per riportarmi la bocca. Mi fa cenno di non gridare, allunga un dito sulle mie labbra scomposte e lontane. Finalmente un occhio riprende pigramente a girarsi, vedo le mie gambe scalpitare per uscire, vogliono lasciarmi qui e andarsene finalmente libere di salire e scendere, senza dover stare tutto il giorno sotto una biancastra scrivania.

Finalmente ho la mia bocca. Voglio gridare, sapere che cazzo succede, ma nulla. Le orecchie si stappano come dopo una lunga galleria e inizio a sentirlo. Viene da sotto e da sopra, da dentro e da fuori. Le sento sussurrare con soddisfatta cattiveria, le mie membra, “Ormai appartieni a noi.

Sono finalmente mio, oppure.