#TempoButtato

Ma ti ricordi che belli che erano quegli anni?

La frase mi arriva addosso a bruciapelo, tra una richiesta di informazioni su quella compagna di classe che ora lavora a Dubai e una considerazione su quanto fosse odiosa la Prof. di tedesco. Alzo lo sguardo e l’autore della domanda è ancora lì, a fissarmi con occhi speranzosi di sentire da me una replica all’altezza.

Ci siamo incrociati per caso mentre mi muovevo a passo svelto per entrare a lavoro. Matteo Galbiati, un ragazzo tarchiato che frequentava il mio stesso liceo in un’altra sezione. Non lo vedo da venticinque anni e lo trovo stranamente somigliante all’immagine di lui che avevo conservato. Mi fermo per educazione e iniziamo a scambiare due frasi di circostanza. Quando incontri qualcuno con cui hai condiviso solo una parte della tua vita è inevitabile che si torni a parlare solo di quello. Altrettanto inevitabile è che lui, di botto, alzando lo sguardo mi domandi se ricordassi quanto fosse bello quel periodo.

Io di Matteo ho ancora vivida l’immagine di un ragazzetto vittima di ogni genere di angheria durante gli intervalli. Agnello sacrificale che non si ribellava mai, convinto che tanto sarebbero stati gli altri a stancarsi. Cinque anni così, di costante repressione malinconica. Come diavolo poteva pensare che quelli fossero stati begli anni? Che razza di vita ha vissuto per rivalutare una quotidiana tortura come quella? Parlare con lui mi sta confermando quanto detesti le zavorre nostalgiche, ora più che mai.