#Alberto

Quanto si può resistere prima dell’esplosione? Alberto aveva spento la sveglia alle 5.35. Era andato in cucina per accorgersi di aver dimenticato di comprare il caffè. Aveva rotto il laccio di una scarpa (marrone, l’unica abbinata al completo blu). Aveva preso la metro alla fermata Jonio per poi scoprire che il vicino di vagone spalmato su di lui aveva, per diletto o per necessità, tralasciato l’utilizzo di prodotti per la cura igienica personale. Aveva strappato i pantaloni all’inguine accavallando le gambe. Arrivato in ufficio tra i primi, Alberto aveva preso il caffè alle macchinette a gettoni, che gli aveva bruciato lo stomaco e rinvigorito la gastrite. Tutto il giorno davanti al computer a controllare documenti, rispondere alle email, discutere coi colleghi, pranzare con un panino alla scrivania, il caffè, la gastrite, il maalox, il mal di testa, il rumore di sottofondo, le chiacchiere, il ronzio, le persone sul corridoio, le luci artificiali, l’aria troppo calda, le voci, le domande e la cravatta troppo stretta.

Sono le 20.34 e Alberto finalmente è sulla metropolitana che lo riporterà a casa. Ha deciso che il giorno seguente si metterà in malattia. Si alzerà alle 5.35 e resterà a letto, ascoltando nella sua testa il ticchettio, immaginando l’ufficio, il corridoio, i colleghi col caffè e il capo nella sua stanza, quando il dispositivo a tempo innescherà la bomba programmata alle 9.21