#Denada

Una volta conoscevamo una ragazzina albanese di nome Denada. Facevamo sempre degli stupidi giochi di parole riguardo al suo nome. Grazie, diceva lei. Denada, rispondevamo noi.
L’avevamo conosciuta tramite la nostra amica Clara, che per qualche ragione se la portava sempre appresso. Anche se la parola conoscere indica qualcosa che non facemmo mai. Semplicemente, un giorno ce la ritrovammo al fianco per la strada, mentre andavamo a scuola. Aveva lunghe trecce nere e non parlava mai. Tranne quando diceva: grazie. Pensavamo che fosse l’unica parola che sapeva nella nostra lingua.
Era una di quelle cosine che pensi non possano esistere più, che si portano i libri ben stretti sul petto, anziché nello zaino. Non aveva neppure uno zaino, e a volte ci offrivamo di infilare i suoi libri nelle nostre cartelle e di portarli al posto suo. Grazie, diceva lei. Denada, rispondevamo noi.
Poi, un giorno, così come era apparsa è sparita. Forse si era anche stufata di sentirsi rispondere sempre in quel modo. Forse non capiva neppure perché lo facevamo. È buffo pensare come di lei ci fossimo completamente scordati. Eppure, ogni volta in cui qualcuno all’interno di una e-mail ci scrive: grazie, ci viene spontaneo rispondere: denada. E lo scriviamo così, come se fosse un’unica parola.

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