#Destiny

Ho incontrato il Destino. Vendeva calzini e fermapanni colorati sul piazzale antistante il mio alloggio.

Mi ha chiesto: “What’s your name?“, e io gliel’ho detto.

Nell’era della globalizzazione, il Destino parla inglese. Forse, quando non è intento a essere il Destino, frequenta brunch e happy hour, e ha questo certo mood, che la vita non gli viene proprio easy.

“Mine”, ha detto il Destino, “is Destiny” e si è battuto col pugno sul petto. “Forte” gli ho detto.

Poi, supponendo che avesse origini africane e che potesse importargli qualcosa, gli ho detto che mia nonna è nata in Eritrea. Lui ha fatto un cenno col capo, detto che lo sapeva. Che stupida, ho pensato. Certo che lui lo sapeva. D’altronde era il Destino, e il Destino sa tutto.

Ho comprato al Destino qualcuno dei suoi fermapanni. “You’re beautiful“, mi ha detto. Mi sono chiesta se avrebbe avuto la stessa opinione qualora lo avessi lasciato senza comprargli niente. Subito dopo però mi sono pentita di questo pensiero. Ho pensato a quanto dev’essere triste la vita del Destino, in un tempo in cui nessuno crede in lui. Un sacco di gente crede nella psicoanalisi freudiana, perché ritiene decoroso che la propria vita adulta sia determinata dal passato, mentre trova inaccettabile sentirsi vincolata dal futuro. Convivere con questa consapevolezza, per chi nel futuro ha ragioni di vita, dev’essere frustrante, e non mi è parso affatto strano che il Destino se ne andasse in giro per il mondo con una catena del cesso appesa al collo.

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