#Ciambella 1

Avevo perso il treno. La città mi aveva inghiottita, roboante, sontuosa.

Una mattinata per ridere, passeggiare con la mia amica e parlare, finalmente vicine, prendendoci la mano e fare il punto – come dicevamo sempre al telefono – della nostra vita e del mondo.

Ci eravamo salutate con un abbraccio, avevo inspirato a fondo: odorava di buono lei e i suoi capelli morbidi, la sua grazia e la sua forza. Infine via, ognuna nuovamente alla sua gara a ostacoli.

Giunta in stazione mi accorsi di essermi attardata.

Il regionale era partito in perfetto orario. Cosa volevi rimproverargli alle Ferrovie dello Stato per una volta.

Sorrisi rassegnata e, senza perdere il buon umore, mi procurai un biglietto per la corsa successiva, due ore più tardi.

Una pensilina si trovava a pochi metri. Non mi andava di starmene all’aperto e cercai con lo sguardo la sala d’aspetto. La individuai in fondo, oltre gli uffici.

Camminavo seguendo il decoro della pavimentazione, a ventaglio, vagamente Liberty, impresso su ogni mattonella di pietra grigia e ruvida. Ipotizzai che l’intento fosse stato quello di rendere gentile un materiale severo perché non accettiamo mai niente così com’è.

Un passo dopo l’altro centravo ogni disegno, come fa una bambina annoiata che cerca di ingannare il tempo.