#Newroz

Ayse si svegliò con le ossa rotte, e l’odore di lenticchie che le ingrassava il volto.

Oggi era un giorno di festa e la colazione sarebbe stata abbondante.

Non si era ancora riabituata a dormire sul pavimento. Si rialzò stiracchiandosi e senza pronunciare una parola, non amando sentire la propria voce incupita dal sonno.

Stanchezza, eccitazione, rabbia.

Avrebbe voluto poter dominare quei sentimenti contrastanti prima di ingaggiare qualsiasi contatto umano.

Impossibile in una stanza dove avevano dormito in venti.

E avrebbe voluto uno specchio, per vedersi nella mimetica e sentirsi fiera.

La giornata di preparativi passò velocemente.

Era il Newroz, di nuovo in guerra, lontano da casa.

Avrebbe preferito combattere strada per strada per difendere la sua città natale devastate dalle bombe targate NATO. Ma bisognava abbandonare il campo per difendere la libertà.

L’evacuazione era iniziata da due settimane e le notizie da Afrin arrivavano col passaparola.

L’impero era entrato mandando avanti i mercenari islamisti che avevano iniziato il saccheggio, e obbligato ad arruolarsi chi si era arreso.

La statua di Kawa era stata abbattuta.

Oggi si celebrava lui, nel primo giorno di primavera sul sacro monte Akre in 25 mila avrebbero illuminato la notte con torce di fuoco, per invocare lo spirito del fabbro tirannicida.

Gli Assiri erano tornati, e loro li avrebbero rigettati nei loro sepolcri.