#Ciambella 2

Spinsi la porta, uno stanzone anni settanta con le sedute ancorate a terra da grossi bulloni, i sedili uno attaccato all’altro e i braccioli secchi. Mi accomodai non molto distante dall’ingresso, iniziavo a sentirmi stanca, troppo anche per leggere, fissavo il vuoto davanti a me, al di là della vetrata, la pavimentazione con i ventagli, quindi i binari, intrecciati, aggrovigliati come corde, come il destino. La memoria andò ad altri luoghi dove per anni avevo atteso e cercato di sciogliere i miei nodi.
Le sale d’attesa degli ambulatori sono tutte uguali: sedie in metallo posizionate una accanto all’altra lungo pareti tinteggiate di bianco, nessun altro arredo. Incrociavo poche persone, ragazze giovanissime con le mani nascoste dentro la felpa e le braccia conserte. Io indossavo un cappotto di cammello, ci dormivo persino, per via di quel freddo perenne che sentivo nelle ossa tanto da stritolarmi. Per molto tempo le mie presenze al reparto psichiatrico si erano limitate all’osservazione della sala d’aspetto oppure in piedi, dietro le vetrate, a guardare fuori le cime degli alberi dondolanti nel vento, cercavo una tregua ma finivo puntualmente per andarmene. Pesavo trentotto chili.