#Ciambella 3

La terapia arriva quando le persone intorno si accorgono che non sei più la stessa, si domandano da quanto tempo, lo chiedono a te; li hai feriti, traditi e i sensi di colpa ti divorano – mi dispiace, scusate l’ennesima dimostrazione di incapacità – sei spalle al muro. Da quel momento il cervello inizia a studiare vie d’uscita per toglierti gli sguardi di dosso. Infine un lungo percorso “per venirne fuori”, ma da cosa? Il problema sono io, dovrei uscire ‘fuori’ da me stessa ed è quello che ho cercato di fare, solo a modo mio. Il dolore può riempirti i polmoni e spezzare le ossa, farti mancare il respiro, piegarti; tutto perde colore per assumere un’unica gradazione di grigio, non c’è più posto per la rabbia o qualsiasi altro sentimento che non sia il desiderio di svanire, semplicemente. Da allora avevo recuperato, lentamente, gradualmente, la volontà di vivere era diventata un urlo silenzioso che non mi abbandonava e si era via via fatta largo tra le ragnatele dell’odio verso me stessa. Accettarsi, perdonare il male, un boccone dopo l’altro. Molti anni fa.