#Kobane

Kobane non era un simbolo.

La città sopra la collina dove regnavano pace, giustizia e fraternità.

Dove i popoli che si scannavano tutto intorno trovavano una convivenza pacifica.

Dove le donne venivano rispettate, dove tutti avevano pari dignità.

Il mito che aveva resistito all’assedio delle truppe nere che avevano terrorizzato il mondo.

Che le aveva respinte, avviandone la sconfitta definitiva.

Per Ayse, Kobane era la nuvola di polvere dove metà della sua famiglia aveva fatto una fine atroce.

Un odiato villaggio senza storia, sorto per l’imperialismo tedesco che aveva deciso di farci passare la ferrovia.

Kobane era la storia di disperati, disperati Curdi, disperati Armeni, Yazidi, disperati fuggiti da tutte le stragi e i genocidi di quel maledetto angolo di pianeta.

Ayse pensava a tutto questo, e si chiedeva se suo fratello era ancora vivo.

La Jeep frenò davanti ai resti di un palazzo.

Scese ed andò incontrò alla compagna Daliya. Non la vedeva da un anno. Avrebbe voluto abbracciarla e scoppiare a piangere. Avrebbe voluto raccontarle l’angoscia di quelle due settimane, la preoccupazione per Salih.

Con Daliya avevano combattuto per difendere la loro gente in quel posto disperato. Avevano visto le loro compagne cadere una ad una, erano sopravvissute combattendo spalla a spalla per mesi.

Avrebbe voluto ricordare tutto ciò, e la gioia della vittoria per poter credere che ce l’avrebbero fatta anche stavolta.

Entrarono nella baracca, Daliya mise a bollire l’acqua per il chai e aprì la missiva.