#Ciambella 4

Mi stavo torturando le dita, con l’indice raschiavo via piccoli pezzi di pelle intorno all’unghia del pollice, ricordare non mi faceva bene, non in quel momento, alienata in quel nulla sotto vecchi neon ingialliti di fumo e polvere. Scattai in piedi, necessitavo di aria e di un caffè, le piccole cose che salvano, sosteneva la mia amica. Il bar si trovava appena fuori la stazione, il tramonto si era perso dietro i palazzoni e gli ultimi riverberi di colore si sfilacciavano mescolandosi alla luce arancio dei lampioni, la bora sferzava i rami ancora teneri e i fiori di pesco roteavano senza peso per morire sull’asfalto.
Trovai il locale piccolo e sovraccarico di caramelle, spuntini, merendine, bibite. Mi avvicinai al bancone, una ragazza fece capolino dal retro, fu come guardarmi in uno specchio che rimandava un’immagine dal passato: sui vent’anni, pelle chiarissima, scarna e scavata, due occhi opachi imploranti oblio. Ordinai un caffè che si affrettò a preparare armeggiando nei pressi della macchina degli espresso, accanto a me, sotto una cupola di vetro, il vassoio dei dolci. Da quante ore non mangiavo? Non avevo fatto colazione prima della partenza, né cenato la sera avanti e una volta in città, con la mia amica avevamo preferito girovagare che sederci in qualche ristorante. Non avvertivo lo stimolo della fame, nutrirmi continuava a essere un gesto estraneo, freddo, autoimposto, ugualmente sapevo di dover mandare giù qualcosa.