#IlPonteggio

Aggancio la mia chiave da 22 al cinturone insieme al martello e ai guanti comprati ieri al Brico, qui non me li danno. Lentamente salgo le rampe di scale, fino alla terza, la più faticosa, che mi porta sul primo livello del ponteggio.

Mi chiamo Mimmo, sono calabrese figlio di emigrati, muratori.

Abito a Torino quartiere Falchera, periferia vera e degradata, ma si sta bene.

Osservo dall’alto il cantiere, una bassa palazzina di 4 piani. Una volta vedevo il colore delle schiene abbronzate dal sole di Torino di siciliani, pugliesi e calabresi. Dialetti, inflessioni, ma anche risate, battute, spirito di gruppo. Mi prendevano in giro perché avevo l’”h aspirata” e mettevo gli accenti sulle “T”. Oggi parlo uguale, ma nessuno se ne accorge, perchè qui ci sono marocchini, egiziani, moldavi e romeni. Poche risate. Tanto fumo di sigarette che svanisce verso l’alto, come i sogni di alcuni che arrivano qui.

Guardo e vedo il rischio.

Non quello che ti spiegano nei corsi per la sicurezza. Il rischio che ogni giorno viviamo di trovare il cantiere chiuso da una catena, di cadere dal ponteggio e di essere scaricati davanti ad un ospedale come un pacco di Amazon, di farci male e di essere cacciati dal cantiere, qui non puoi farti male. “L’italia è una Repubblica fondata sul lavoro” , nero aggiungo io. “O così o te ne stai a casa” mi dicono.

Vedo un paese che fa lavorare i vecchi e lascia partire i giovani. Un paese rassegnato.

Il vero rischio è quello di perdere la speranza e oggi lo corriamo tutti.

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