#LaFonteOriginaria

Stanco di provare nel suo cuore l’angoscia di un vivere diviso tra le incombenze della casa e del lavoro, il fervido desiderio di far riposare la mente in un albergo sereno di pace – e quale altro albergo cercare, se non un luogo d’incontaminata natura? -, lontano dalla confusione cittadina, Massimiliano si recò sulle montagne, lì sopra il paese dei suoi nonni, dove già i suoi genitori avevano da loro ereditato una piccola casa di pietre, nel quale lui stesso, l’estate, era cresciuto tra giochi di bambino e sani sentimenti di libertà. Ora quella accogliente dimora era abbandonata, ma lui non vi andava per possederla di nuovo, né per custodirne i tesori perduti.

Seguendo il corso del fiume che scorreva nel mezzo, in direzione contraria alla sua corrente, verso il monte maestoso che ombreggiava la valle, s’addentrava nel folto di selvatici paesaggi, dove le poche, rustiche tracce umane lasciavan spazio a un dominio d’alberi e cespi campestri, e rupi e ciottoli immacolati: nessun rumore disturbava il suo cammino, se non il fruscio delle fronde al vento, lo scrosciare delle acque, e il ronzio di insetti innocenti.

Sotto al sole caldo del meriggio, il sudore colante sul viso; accomodatosi su di una grossa roccia levigata, seduto, le gambe incrociate in meditazione, e il respiro perfettamente controllato, immobile; gli occhi socchiusi e tutti i pensieri ricacciati nel nulla, egli scoprì la quiete aurea del ristoro. Così rigenerato, tornò sorridente alla città da dove era partito.