#Intermezzo(II)

Monia visse giorni beati, di quella beatitudine che sa di quiete priva di affanni. Il contatto umano le piaceva, ma fino a un certo punto: preferiva la tranquillità di pochi intimi al caos della folla. Se poi c’era da stare in solitudine, la nostra moneta ci si trovava affatto bene. Questo perché, senza eccedere in narcisismo, si piaceva nelle sue fattezze preziose e non disdegnava i propri pensieri, né i propri sentimenti, positivi o negativi che fossero. Insomma, amava se stessa per ciò che era e per ciò che sarebbe potuta diventare da grande. Aveva molti progetti.

Il panettiere, al contrario, non trovava gradevole la propria compagnia e aveva esaurito tutte le aspirazioni. La solitudine gli era stata cucita addosso su misura, come un vestito che non avrebbe mai voluto indossare. Aveva piacere, soltanto, nello stare con gli amici, con i due figli, e con la moglie il cui viso corrugato dall’età gli pareva sempre intarsiato di bellezza, come la prima volta che gli era capitato di vederla. Soffriva quindi per gran parte della giornata, sino a che non gli riusciva di trovare un ritaglio di tempo da trascorrere con loro. Godeva di questi pochi momenti, e poi tornava alla sua ordinaria pena.

Una pena talmente ben celata da non notarsi, e infatti nessuno la notava, tranne Monia. Non fece però in tempo a scorgerla bene, che il figlio più grande, sulle orme del padre, la rubò dal portamonete di quell’uomo buono come il pane che, da acqua e farina, preparava abilmente ogni notte.