#ProfessioneDiFede

“Credo in un solo Dio, padre onnipotente, creatore del Cielo e della Terra; e di tutte le cose visibili e invisibili…”, cominciò il predicatore dall’alto del suo pulpito. Le rade persone lo seguivano nella preghiera, scandendone i versi come un coro. Erano perlopiù uomini e donne anziani, giunti al culmine della propria esistenza, o malati e sofferenti al calar della vita. Di giovani e adulti nemmeno l’ombra. Qualche fanciullo annoiato disturbava la messa con chiacchiere e giochi, pianti e risa. Non amavano certo passare il tempo in chiesa: vi erano costretti dai loro nonni, o dai genitori che, però, lì tra le colonne screziate di fronte al sacro altare, non si presentavano neppure.

La vocazione era venuta a lui già nel fiore dell’età, e assumere i voti di sacerdote, abbracciando la castità, non era stato un problema. Credeva con tutto il cuore nel Signore buono e giusto (ma era forse possibile essere buoni e giusti al contempo?) e si sforzava di trasmettere al mondo la saldezza della propria fede. I risultati erano scarsi, giacché nessuno più si abbandonava alla religione. Gli stessi preti con cui aveva a che fare gli sembravano anime sterili, prive di passione, se non del tutto traviate dal peccato. Cionondimeno lui restava puro.

Un’energia sconosciuta, che egli chiamava Carità, gli dava infatti la forza di trasmettere un esempio di devozione. Così la domenica, fallendo, risorgeva ogni volta simile a un Cristo, ritemprato nella universale lotta contro la perdizione.