#Aleppo

Le notizie arrivavano attese e spaventose.

Donne costrette a portare il niqab, carovane di islamisti inferociti, rifugiati deportati dalla Turchia.

L’arabizzazione di Afrin era iniziata. La trasformazione di una città simbolo della rivoluzione in un enorme campo profughi, senza radici ne identità.

Ayse ascoltava in silenzio e domandava a tutti quelli che arrivavano del fratello, ma nessuno portava notizie.

Sperava di averne ad Aleppo.

La partenza per la nuova missione le diede una sensazione di libertà che non provava da quando aveva lasciato casa.

Non doveva fare nulla di nuovo, portare la solita missiva di cui non conosceva il contenuto, ma starsene li seduta sulla jeep mentre Daliya guidava la faceva sentire protetta.

Eppure tornare ad Aleppo le faceva paura.

C’era stata per la prima volta alla fine dell’assedio, non aveva mai visto tanta miseria. Gli occhi della gente sopravvissuta all’inferno, pieni della gioia folle di chi aveva perso tutto se non la propria esistenza, avrebbero continuato a guardarla con sospetto anche nei suoi sogni.

Il quartiere curdo di Sheikh Maqsoud sembrava alieno al resto della città, teatro della battaglia fra il governo e i ribelli.

Se il mondo aveva parlato di Aleppo come la Stalingrado di Siria, per lei era stata solo un’immane carneficina, una folle guerra civile fomentata dall’esterno durante la quale i Curdi erano riusciti a scampare il genocidio grazie a un’abile diplomazia.

Da li bisognava organizzare la nuova liberazione.