#Rintocchi

Ogni volta che la campanella della chiesetta in tufo rintoccava mi giravo nella sua direzione, sull’estremità bassa della collina e, con me, immaginavo tutti gli altri qui in paese, nel medesimo istante. Ci sono suoni che appartengono al DNA di una comunità, come il fischio del treno a valle, breve promemoria per chi voleva scappare da questo cielo dall’azzurro surreale. Il Freccia del Sud giungeva in continente a Reggio Calabria e risaliva attraverso la Puglia.
«Nonno, perché non ci muoviamo?» La bambina guardava fuori dal finestrino il via vai di uomini e carrelli dei bagagli.
«Aggiungono altre carrozze in coda al treno, molte persone devono partire e il Nord non può aspettare ma per te è ora di scendere».
I suoni sono ricordi.
Il vecchio sagrestano ha lasciato il posto a un giovane, inesperto apprendista e si fatica a capire, adesso, se sia mezzogiorno o morto qualcuno. Ruggine e sterpaglie ricoprono e inghiottono il lungo tratto di ferrovia in disuso, eppure, ogni tanto, ancora lo sento il fischio del treno, e mi rivedo tra la polvere, sul passo carraio spazzato dal vento caldo, in un pomeriggio di agosto, in attesa della sagoma di un uomo con la valigia. Perché i treni sanno anche riportarti a casa.