#Intermezzo(III)

Così purtroppo avvenne: dopo molte peregrinazioni del giovane spacciatore tra le strade di malfamate periferie romane, e dopo che Monia ebbe visto innumerevoli volti scavati dalla droga, di persone totalmente e masochisticamente dipendenti da sostanze che hanno come unico scopo un’ebbrezza estatica più o meno temporanea concessa al prezzo della sofferenza o persino della morte, ecco che ella finì, suo malgrado, in mano a uno ancora peggiore di lui. Se quello infatti lambiva una colpa senza però parteciparvi mai direttamente, quest’altro invece incarnava in tutto e per tutto la colpa così come la si ritrova scritta in quei testi, sacri o profani, che trattano di morale: un uomo malvagio, insensato, quali ce ne sono, ahimé, tanti a questo mondo.

Il ragazzo stava, in un vicolo nascosto, vendendo, come suo solito, dei tagli di cocaina ed eroina della peggior fatta, ben oltre gli innocui hashish e marijuana per i mezzi e mezzi – ovvero chi vuol, sì, sballarsi un poco, ma senza eccedere rinnegando il fondamentale amor di sé – e ben oltre anche le orribili pasticche prodotte in laboratorio per gli idioti e incoscienti assortiti frequentatori di discoteche notturne. Un cliente più trasandato degli altri, più inquietante, gli si avvicinò per comprare e lui dovette dargli del resto. In esso era la nostra sfortunata (stavolta) moneta, già spaventata alla vista di un così losco individuo, a presagire ciò che sarebbe stato di lei di lì a momenti. Alché chiuse gli occhi, per non sapere.