#IlPusher

Lo scooter correva veloce per le vie illuminate dalle luci dei lampioni. Aveva appena fatto la consegna periodica a “Ormea35”, hashish e cocaina. 1050 € in contanti. L’uomo sempre vestito bene, giacca e camicia. Benestante e notevolmente infelice. Una volta, gli confessò: “Sono molto infelice. Se non prendessi questa, non riuscirei a fare nulla”. Pagò e si dileguò nella sua felicità in polvere.

Totò, non capiva come un uomo così potesse legare la propria esistenza alla droga.

Totò la vendeva, ma non la usava.

Aveva smesso di andare a scuola a 16 anni, dopo aver ripetuto la terza media. La vita in casa era regolata dai lavori saltuari del padre e dall’alcol che la madre ingeriva fino allo stordimento. La sua famiglia e la sua casa era diventata la strada, lo scooter, le compagnie sbagliate e infine lo spaccio.

Gli sbirri non lo avevano mai beccato. Sapeva muoversi, lo conoscevano i nigeriani, le prostitute.

Aveva il suo piccolo angolo nel brutto mondo della strada.

Quella notte qualcosa non andava, un dubbio lo agitava. Partì a razzo, guardò nello specchietto e vide un auto bianca lampeggiante blu sul tetto a pochi metri da lui. Lo avevano beccato. Accelerò ma non si rese conto che di fronte a lui c’erano due auto di un insipido blu polizia messe di traverso a impedirgli il passaggio. Frenò, scivolò e si schianto sulle auto ferme.

Finì così il piccolo brutto angolo di mondo che Totò si era conquistato, pusher di felicità per persone infelici. Spacciatore di menzogne verso se stesso.