#IlTarlo

Buongiorno. Lei è un falegname, vero? Carina, la sua bottega. Bei lavori. No, non sono venuta qui per farle dei complimenti. Posso sedermi su questa sedia? Ah, è da aggiustare. Scusi. Rimarrò in piedi.

Devo chiederle un consiglio. Magari lei mi può aiutare.

Ho un tarlo. Non so come sia successo. Andava tutto bene. Era tutto perfettamente liscio. La superficie della mia vita, dico. Liscia come l’olio. Beh, con i suoi problemi, ma senza buchi. Mi spiego?

Insomma, dall’oggi al domani arriva questo tarlo. Che scava gallerie, in profondità.

Io so perché lo fa: per mangiare, perché si nutre di domande.

Faccio bene o male?
Ho sbagliato?
Mi sta dicendo la verità?
Sono io che rifiuto di guardare in faccia la realtà?
La spiegazione è sempre stata sotto i miei occhi?

Sì, arrivo al dunque, capisco che lei ha da fare.

Ad ogni domanda il tarlo cresce, e quei buchi minuscoli diventano voragini. Che ti danno le vertigini. Non mi guardi con quella faccia, la rima è involontaria.

Il tarlo lavora in silenzio. Di giorno, con i suoni e le voci della vita a distrarti, potresti non accorgerti della sua presenza. È di notte, quando il mondo intorno tace, che lo senti rosicchiare. E quel suono inconfondibile diventa assordante.

Il problema col tarlo è che, una volta entrato, non riesci a scacciarlo.

La mia richiesta è: come faccio a liberarmi di quel dannato insetto?

Che fa con quel foglietto? Mi scrive il nome di un prodotto?

Grazie, grazie davvero. Solo un’ultima cosa: dove si compra la… fiducia?