#Maicomesembra

Anita camminava veloce. Era tardi, di tre lampioni presenti uno era funzionante. Non passava nessuno.

Ahò, bella! 

Sbucò dall’angolo della strada, figura alta e magra, il volto nascosto dal cappuccio di una felpa.

Anita accelerò il passo, il rumore sull’asfalto amplificato dal silenzio. 

Dai bella, vieni qui! – disse lo sconosciuto, seguendola.

Anita si diresse verso un vicolo e si fermò per riprendere fiato, l’adrenalina a tamburo nelle orecchie. Lucidità, serviva. Non panico, nessuna paura.

Ah, ma qua stai – lo sconosciuto l’aveva raggiunta in pochi secondi. Anita era ferma, schiena al muro scrostato del palazzo. La lingua era incollata al palato, la borsa caduta in terra.

Per favore, no! – esclamò Anita, le sembrò al rallentatore, come fosse la battuta banale di un film, la voce un’ottava più alta del previsto. Lo sconosciuto si era avvicinato, rilassato come un gatto quando ormai il suo topolino è all’angolo arreso. Prese Anita per le spalle e la schiacciò contro il muro. Non c’era luce nel vicolo che si potesse rifrangere sulla lama nella mano destra di Anita. Anita affondò fino al manico il coltello nel collo dell’aggressore: arretrò di un passo alzando le mani alla gola, ma Anita non lo mollava: lo spinse e lo colpì ancora, tre volte. Attese che finalmente il tipo morisse, guardandolo dall’alto mentre ripuliva lama.

Stava diventando sempre più difficile trovare qualcuno, la gente si era fatta saggia e non usciva più di notte. Forse era il caso di cambiare città.