#Parigi

Il freddo di Gennaio la vestiva di una bellezza austera. Le luci del Natale appena trascorso quasi del tutto scomparse dagli Champs Elisées ma l’incanto rimaneva, ovunque, intatto. Salendo sulla Tour Eiffel scoprivo i tetti della città mentre la neve scendeva piano per svanire giù, oltre la foschia. La ballerina con le sue calze a righe azzurre sotto l’ampia gonna rossa, di corsa fuori dal metrò, a Pigalle, in ritardo per le prove del mattino; la baguette al sesamo nel suo involucro di carta oleata marrone, sgranocchiata lungo Saint Germain sfidando il gelo. E poi l’alba, arancio e viola, mi venne incontro una mattina, su ponte Alexandre, tra le nuvole cariche di pioggia, a rasserenare i miei occhi lucidi. La gioia infantile di essere la prima visitatrice della giornata a entrare al Louvre e in una sala, davanti al Martirio di San Sebastiano, avvertire all’improvviso il vuoto, provare terrore, il dramma nascosto della bellezza, sentirsi tutt’uno con essa: «Syndrome de Stendhal, madamoiselle».
Avrei vissuto ancora per giorni e giorni, osservando dalla mia finestra il grande poster di Jules e Jim accanto al cinema, all’angolo della strada, respirando la magia. Non ti ho scattata neppure una foto, preferendo dipingerti nei pensieri, con le emozioni, come un pittore impressionista e viverti così, a modo mio: Parigi.