#Lentoinesorabile

Lento, lentissimo si muove, un metro per volta. Piove, non può aprire il finestrino e nell’auto l’aria è calda e umida. Un metro ancora e di nuovo fermo. Via Nomentana ore diciannove e quaranta, l’inferno patetico del dopolavoro. Suda e pensa alla spesa ancora da fare, che non comprerà, alla cena da preparare, che non preparerà, alla cannetta pronta nel cassetto della scrivania, quella sì, che farà. Gli stop rossi delle auto in coda davanti a lui gli danno tremendo fastidio. Un metro e mezzo, di nuovo fermo. Un altro metro ed ecco un pedone temerario che attraversa tra i veicoli rischiando di farsi falciare da un motorino. Non sente cosa grida il pedone, lo vede gesticolare, probabilmente inveire, quindi andare via. Beato lui.

Sogna da più di venti minuti di spingere sull’acceleratore e schiantarsi sulla volvo davanti. Un colpo forte, netto, per distruggere la sua auto, lasciarla lì e abbandonare quel posto, quel quartiere, quella città a piedi. Si immagina scendere dall’auto, col guidatore della volvo già fuori a urlare e contare i danni; si immagina avvicinarsi calmo stringendo in mano il cric che tiene nel portabagagli. Si immagina quindi lentamente alzare il braccio e poi calare con forza silenziosa il suddetto cric sulla tempia del guidatore della volvo. E dunque, finalmente, mentre gli altri automobilisti si accorgono del sangue e iniziano a strillare, allontanarsi calmo.

Un altro metro, lento inesorabile, e poi fermo.