#Insonnia

Mi piacerebbe recuperare un telefono a ghiera, comporre il numero in una serie ripetuta di rotazioni e parlare nella cornetta con i buchini o entrare in una vecchia cabina con la tasca gonfia di gettoni, deng deng, le monete cadono oltre la fessura e i minuti a disposizione aumentano. Potrei organizzare una festa in garage, lo stereo sulla sedia, le musicassette impilate accanto, sfottere l’amico innamorato perso della reginetta, bere alcolici, fumare le sigarette rubate a mia sorella maggiore che a sua volta le aveva comprate di nascosto. Cindy Lauper e Madonna dettavano le regole della moda ma mia madre ebbe la meglio e mi trasformai in una Patsy Kensit di periferia. Cantavamo canzoni anche se in pochi conoscevamo i testi, non importava per fantasticare sulle note e cucirci sopra la propria storia mentre i Depeche Mode suonavano “Never let me down again”. Poi disimparammo a sognare. A vent’anni eravamo già incazzati come i fratelli Gallagher e storditi, una parte di noi, come i ragazzi di Trainspotting. “Don’t look back in anger” la colonna sonora, macinavo chilometri e paura, vivendo quegli anni avvitata nelle ossessioni e nella malattia come in un incubo colorato di rosa. I ricordi fluttuano, colpa dell’insonnia. Sono quasi le cinque, mi addormento e sogno: al mare, qualcuno mi bacia la schiena, tappeti rossi sventolano in alto come in un suq… La sveglia non ha suonato, mi fiondo dal letto, ho mal di testa e non mi reggo in piedi, prenderò qualcosa.