#IlVizioCapitale

Era un uomo affatto morigerato, e affatto intransigente dal punto di vista morale, ma possedeva un bruttissimo vizio: il suo animo era attratto, e non poteva fare a meno di esperirlo ogni dì, dai piaceri dell’ozio.

L’ozio, questo demone insidioso, infimo, rinnegatore di ogni attività sociale, di quell’utilitarismo pragmatico che, a partire dall’Ottocento sino ai nostri giorni, si era insinuato fin nei più riposti anfratti della moderna civiltà occidentale, e in gran parte anche di quella orientale; che aveva messo radici e generato un albero maestoso di attivismo e operatività diffusi, alla base di ogni progresso scientifico e umano contemporaneo. L’ozio doveva essere un orribile, capitale peccato per il Neocapitalismo cristiano, un mostro falsamente innocuo da debellare come un seme di zizzania. Egli lo sapeva, ma non poteva esimersi dal gustarne la quiete, assaporarne le grazie delicate, fuori dalla pressione delle incombenze quotidiane, le quali solevano recargli soltanto fastidi e turbamenti, e con essi angoscia oltre ogni misura.

“Ahimé, insensato e vano! Tale sono e tale desidero essere. Non mi chiami a sé il lavoro, non bramo alcun guadagno di fama e denaro! Passerò il mio tempo a leggere e a scrivere, senz’altro fare, e quel che ne verrà sarà benvenuto.”

Ciò soleva dire, a chiunque lo spronasse alla normale vita del mondo.

Ma cinquant’anni dopo essere morto nella miseria e nell’oblio più estremi, finì col venire considerato il più grande letterato della sua epoca.