#Smettere

Sapevo che non sarebbe stato facile. Mi avevano avvisata.

Non immaginavo, però, che ci sarebbe voluto questo sforzo sovrumano, questo autocontrollo estremo.

Sono qui che fisso l’oggetto rettangolare appoggiato sul tavolino di fronte al divano. L’oggetto che contiene tutto ciò che davvero vorrei in questo momento.

Sono una persona ridotta a un unico pensiero fisso.

Scaccio dalla mente la parola ossessione.

Mi basterebbe allungare una mano per afferrarlo. Stringo le dita, le nocche diventano bianche per la tensione. Appoggio il mento sulle ginocchia, le braccia serrate intorno alle gambe piegate. Come se volessi abbracciarmi per trattenermi e allo stesso tempo consolarmi.

Dio, come vorrei accendere.

So che molti disapproverebbero. Tanti non capirebbero. Ma per me sarebbe ossigeno. Mi sento in apnea.

Bisogna passarci per comprendere.

Accendere.

Un gesto semplice.

Ma, se lo facessi ora, sarebbe una mia sconfitta.

Se cedo adesso, non avrò mai più il coraggio di riprovarci.

Devo resistere.

Alzo gli occhi all’orologio grande, tondo, appeso alla parete. Quattro minuti. Tra quattro minuti saranno trascorse tre ore dall’ultima volta.

L’ultima volta.

Solo un’altra volta, poi basta davvero.

Mi impongo di aspettare i tre minuti che ancora rimangono. Per fare cifra tonda. Si trascinano lentissimi. Le lancette sono come inchiodate.

Tre ore. Tre intere ore senza.

Mi alzo lentamente.

Dita tremanti.

Lo accendo, il telefono.