#LoSpiritoDellArte

Io e mio fratello siamo figli d’arte. Cresciuti nella bottega di nostro padre scultore, attorniati da splendidi marmi, seguimmo le sue orme, quali allievi di un abile maestro. Dopo anni di apprendistato incominciammo a lavorare ai nostri progetti, distaccandoci dall’ombra paterna, sotto la quale ci eravamo pasciuti. La nostra concezione del lavoro artistico si è, però, sviluppata su vie opposte: lui ama accettare tutte le commissioni di clienti variegati, sia per ottenere un maggior guadagno, sia per una ritrosia nello star fermo; io invece, convinto che un artista non debba mai creare sotto un certo pregio, né piegarsi a fini commerciali, passo giorni, a volte mesi interi a riflettere prima di accogliere un’idea per svilupparla secondo il mio gusto. In noi parlano lingue differenti, volti diversi riscontrabili – per muovermi dal particolare all’universale – nella cultura di ogni società, in ogni epoca. La rivalità, la competizione, il conflitto che spesso ne scaturisce, è quello che vige tra la Quantità e la Qualità; l’efficacia dei numeri e la potenza del significato. Egli non si cura dell’ispirazione: qualsiasi scusa è buona per produrre in una prolificità senza limiti, e che la produzione risulti buona o cattiva non ha alcuna importanza. Io sono diverso. A che scopo, infatti, partorire un’opera, se questa non porta con sé un pezzo d’anima, un alto sentimento o un pensiero mai rappresentati? Il successo, dunque, arrise a mio fratello, ma io ho conquistato l’immortalità.