#Strade

Amo le strade suburbane che attraversano i paesi come ferite, le lunghe statali tra cielo e inferno, in un Purgatorio di asfalto senza fine, le parallele alle arterie autostradali, spazi secondari, di passaggio. I lampioni arancio, le cancellate degli ingressi a stabilimenti, vecchi capannoni e ai centri commerciali, oasi artificiali tra l’abbandono e la vita, brulicante, complicata ma che non cede. Lontano uno sfondo di case e la stanchezza della sera, tv accese, letti a castello, solitudini e volti, dietro i vetri, a guardare lontano, perché vorremmo sempre essere qualcun altro, altrove. Per certi luoghi esiste un solo tipo di viaggio, i finestrini abbassati, senza aria condizionata, captando nel vento stralci di conversazioni e sguardi, l’odore del caffè mescolato a quello dell’asfalto bollente. Lambire il porto commerciale, traboccante di containers in arrivo dalla Cina, lontano da quello turistico con le barche a vela e gli yacht. Passare sotto i cavalcavia abitati giorno e notte da giovani donne già vecchie, con lo sguardo perso e gli occhi arresi, rapidamente controllati da ragazzini-sentinella, sfrontati sui loro motorini, vittime con vittime. E mi ricordo di una volta, lungo una di queste vie di periferia senza nome né tempo, una ragazza in autobus, le sue lacrime silenziose e disperate, un umile operaio in tuta verde che le cedette il posto e un’anziana donna che, posandole una caramella sul palmo della mano, sussurrò piano: “Tutto passa, peccerè“.