#Vento

Sono in treno e guardo fuori. Poco più in là c’è tutto l’Adriatico, il baluginare della luce tra la superficie azzurra appena increspata; il mare, ambiguo, attende paziente l’estate, il profumo artificiale delle creme solari e i corpi contorcersi al sole, l’agonia lenta dei giorni lunghi, addolcita dalla brezza che sfoglia le pagine delle riviste e spettina i capelli. Questo stesso vento ora mi sfiora le ciglia e quasi sussurra parole all’orecchio, tutte le vite possibili appena accarezzate, le discussioni mai terminate, le domande non poste e le risposte mai ricevute. Le migliaia di cose non comprese, accantonate, lasciate marcire in un angolo della mente come l’immagine di una corsa sotto la pioggia verso una felicità semplicemente immaginata. I romantici non muoiono perché il vento suggerisce loro illusioni sempre nuove portando via con sé le speranze spezzate, lasciandoli scheggiati. Cessare di credere non è smettere di aspettare che arrivi l’inatteso, uno scatto improvviso del destino, il battito d’ali ravvicinato che sorprenda e meravigli, la folata impetuosa che sposti sullo fondo tutto quanto il resto. Il vetro del finestrino riflette adesso una strana espressione, lo sguardo di chi ha creduto al vento per troppo tempo e tuttavia gli sorride, come si fa a un vecchio imbroglione non più capace di ingannare ma soltanto di serbare memoria per ogni momento disatteso e pur sempre ritorna a offrire un altro sogno, ancora intatto.