#Leviatano

Ero fuggito dalla città per respirare l’aria quieta del mare, col suo odore di sabbia e di sale, ‘ché la vista dell’azzurro sconfinato mi ristorava, spazzando via il male interiore. M’addormentai sulla spiaggia lungo il bagnasciuga, dinanzi l’orizzonte infinito che incanta i fanciulli, l’onde liete a cullare gli orecchi stanchi dei rumori metropolitani. In quell’occasione sognai sogni misteriosi.

Emergendo dai flutti acquosi, proveniente da chissà quali profondità oceaniche, un mostro marino mi apparve svegliandomi di soprassalto. Al suo esitare, chiesi chi fosse e che mai volesse, e lui mi rispose gorgogliando:

“Io sono il Leviatano. La balena bianca, regina dei mari, cui molti marinai diedero la caccia, senza riuscire. La creatura che Dio rinfacciò al ribelle, quando volle ricordargli la propria potenza. L’esempio dell’empirista che, primo tra i moderni, trattò dell’autorità politica.

Tu fuggi dalla civiltà, dal legame comunitario che disprezzi in quanto posticcio, ma che ti tiene in vita; dalle relazioni costruite per convenienza, su cui ogni società si sostiene.

Non comprendi il valore della convivenza, lo scopo della solidarietà reciproca, della finzione cui non vuoi abbassarti? Le leggi stesse sono nient’altro che vuote parole, eppure devi eseguirle, se vuoi sussistere.

Giacché Atlantide fu sommersa, non v’è più una città ideale. L’età dell’oro è trascorsa. Ma tu, misero, con essa non affondare!”

E, detto ciò, piombò le enormi fauci verso di me, ingoiandomi in un boccone.