#Naftalina

Spingo il carrello china sulla mia lista, tra gli scaffali, l’odore inconfondibile della naftalina colpisce potente e improvviso le mie narici. Inspiro. In un attimo non più luci al neon e i caleidoscopici colori del supermercato ma le lampadine giallastre e le tenui sfumature di casa di mia nonna. Il marmo bianco screziato di onice e verde giada, lucido da specchiarsi, le finestre alte della cucina ricoperta di piastrelle bianche, un notes e una matita a portata di mano sul tavolo: tu, io e le nostre liste. La camera della biancheria, piccola e quadrata, con la sua porta a vetri, armadio, comò e cassapanca in noce, una sedia impagliata. Il profumo della naftalina esalava lento da cassetti e ante accostate, rivestiva tutto di indefinito mistero, di cose destinate a non finire. La logica ferrea dell’ordine, la moralità superiore di tenere fede a un impegno, un dovere, di qualunque tipo, la dignità di un lavoro ben svolto. Era l’andirivieni di una donna intenta, mai stanca né piegata, sempre più forte del dolore e di ogni mancanza, una torre d’acciaio a guardia del cuore altrui. Ci sono ancora tanti giorni, lì a Est, in attesa, dicevi. Avvicino il sacchetto alle narici, le sfere bianche si muovono silenziose tra le dita, annuso a occhi chiusi e sorrido, un’increspatura appena delle labbra, delicatamente lo lascio cadere nel carrello. Ciò che non finisce ritorna e forse non va mai via per davvero, come te, che riappari a volte inattesa in certi frammenti e ancora vivi, in me.