#LaZingara

Il suo animo era indurito dalle avversità di una vita passata nell’indigenza. Lo stesso però non poteva dirsi della zingara, che nonostante la povertà, ancor più estrema di quella del ladro, manteneva un carattere lieto e gentile. Monia scoprì tante cose di lei e della sua etnia straniera. Straniera non tanto per la nazionalità (che era infatti italiana, nata e cresciuta nel nostro paese, seppur da genitori slavi fuggiti dalla guerra di Jugoslavia) quanto piuttosto per quel distacco culturale e morale che li separa dai comuni ‘gagè’, ovvero gli ‘altri’, gli ‘stupidi’, coloro che non capiscono, che credono alle chiacchiere; i non facenti parte, insomma, della comunità romanì, che è la comunità degli uomini in senso stretto, nel senso più proprio di esseri umani. E l’umanità, per l’appunto, fu ciò che la nostra moneta scoprì camminando in compagnia di questa fanciulla dal viso sporco ma dolce, e dai piedi agili e scalzi, che sciacquava a ogni fontana trovasse lungo la via.

Nessuno la costringeva a chiedere denaro, né a rubarne – spesse volte lo faceva, e ciò la accomunava al ladro, sulle metro o tra la folla – ma sapeva che quello era il suo dovere, il suo lavoro stabilito: non avrebbe mai potuto far altro in una società fondamentalmente, intrinsecamente razzista come la nostra. La sua speranza era che non si ripetessero le persecuzioni che aveva sentito narrare da suo nonno nei confronti degli sfortunati nomadi come lei, antichi discendenti delle tribù disperse d’Israele.