#Cobalto

La clinica si trovava nella magnifica città sulla sponda est del lago. Nonostante maggio fosse terminato, lastroni di ghiaccio ancora fluttuavano sulla sua sommità simili a pattinatori silenziosi. Per decenni la casta aveva gremito di bagagli la hall del nosocomio. Gerarchi di altissimo grado e membri delle loro famiglie, tutti affetti da infermità respiratorie, vi avevano svernato per generazioni, beneficiando del clima peculiare, levigando con i palmi le rotondità dei braccioli delle sedute in vimini, unico segno di insofferenza all’obbligata inattività. Amavo quel luogo, io che provenivo dalle calde e odorose coste del Mediterraneo, mi sentivo a casa nella metropoli austera, rigidamente incasellata nel suo ruolo di capitale periferica. Teatri e musei, palazzi in pietra bianca a catturare la debole luce delle terre al di là del cinquantesimo parallelo nord. Sulla sdraio, avvolta nel mio confortevole cappotto di cammello, osservavo dalla veranda il cielo livido dell’Europa settentrionale confondersi con il cobalto dell’acqua. Respiravo avidamente, con impazienza, mentre la mano correva spasmodicamente dentro la tasca a sfiorare con le dita quella lettera dalla quale non mi separavo mai. Una data, un luogo, un incontro fissato, una promessa o la speranza di essa. – E finalmente saremo insieme, guarderemo il lago lambire la battigia come in un bacio ininterrotto, tu poserai la testa sulla mia spalla e io ti sosterrò. Guarisci ti prego e, nel frattempo, aspettami.