#Intermezzo(VII)

A Monia finì per piacere tutta quella libertà circense, quella cordialità reciproca, quella generosità che solo chi è povero sa dimostrare, lì nei campi di fanghiglia, in raffazzonate baracche prive di elettricità e di ogni altra comodità che noi diamo per scontata, essendovi abituati. Solo che, un giorno, dopo una sera di allegri danze al suono di fisarmoniche sfrenate, successe qualcosa di spiacevole a turbare la serenità piena di vita di quelle lande desolate. L’odio entrò duramente e a passo svelto lì dentro, per accanirsi sulla giovane padroncina che la moneta già tanto amava.

L’ingenuità della ragazza fu di essersi allontanata sola dal campo, per andare a rovistare a ora tarda in alcuni secchioni d’immondizia, in cerca di qualche materiale utile a sé e ai suoi fratelli, legno da riciclare o rame da rivendere. Non trovò nulla di interessante, ma, mentre tornava, tirò fuori il denaro che aveva nascosto nella lunga gonna fiorita del vestito, pensando a come spendere la sua parte. Allora, un ragazzo dai capelli completamente rasati la aggredì, pestandola violentemente con una mazza trovata chissà dove, come se non volesse sporcare le proprie mani. Non lo fece per derubarla, prese quei soldi solo per sfizio: l’avrebbe fatto ugualmente, se lei non ne avesse avuti. Disprezzava indistintamente tutti i gitani, Rom, Sinti e Kalé, italiani e stranieri; integrati o meno, onesti o disonesti che fossero. La sua mente ignorante non conosceva, infatti, nessuna di queste differenze.