#Sud

Ci sono giorni in cui le nuvole perdono il loro candore e la pioggia mista a sabbia del deserto ricopre con un alone aranciato terrazzi, auto e biancheria stesa ad asciugare. Al Sud accade anche questo, per non dimenticare di essere più vicini all’Africa che a quel nord Europa dove tutti sognano di vivere e rinascere. Smarriti, fragili, soprattutto confusi e sospesi, non sappiamo dove sostenerci, ogni totem è sgretolato né siamo in grado di costruirne di nuovi in cui credere e forse non avremmo, in realtà, neppure bisogno di idoli laici o religioni, quanto di opportunità. Cresciamo nella progressiva consapevolezza di doverci ridimensionare e come piante senza nutrimento, da lussureggianti ripieghiamo in aridi arbusti. Siamo incatenati a questa terra che ci soffoca stringendoci la gola poco alla volta, in modo sempre più saldo, una presa a tenaglia a cui non si sfugge anche partendo per sempre. Il cordone ombelicale non si recide mai, il per sempre qui non esiste è un concetto temporale non valido, generazioni costruiscono il proprio destino altrove pensando di non appartenere più al sud, invece in un modo o nell’altro si ritorna, sempre, tutti. Cosa ci lega a questi luoghi severi, senza perdono, a queste zolle nere, se non un disperato desiderio di consolazione? La certezza di essere figli di un meridione portato dentro come una ferita da custodire fino al ritorno, quando ancora alzeremo la testa per godere di un cielo spietato, dall’azzurro che acceca e atterrisce.