#Intermezzo(VIII)

Smarriti in un deserto, ovvero senza uno straccio di educazione e di avvenire all’orizzonte, oasi di ristoro e riflessione, relegati a un passato di finzione che non sarebbe fortunatamente più tornato e, in ultimo, non aver nulla da perdere, non possedendo né cultura, né spirito, né sentimento o intelligenza, né alcun’altra caratteristica fondamentalmente umana. Così era per quel ragazzo aggressivo, perduto nelle proprie manie di distruzione e giammai ritrovato.

Il padre era morto molto presto e, destino volle, anch’egli morì prima del tempo. Monia non sapeva se contentarsene o piangere la sua cattiva stella.

Fatto sta che, un giorno, simile a una sorta di legge karmica, un uomo giunse, assetato di vendetta, a compiere l’atto finale: munito di pistola venne dove il fascista soleva bazzicare con altri camerati, nel centro sociale destroide di un quartiere milanese, e premette il grilletto scendendo dal motorino con cui si era mosso. Era, infatti, stato picchiato dal nostro in una lite per futili motivi, finendo molto tempo in ospedale con le ossa rotte.

Prima di andar via, non dimenticò di raccogliere da terra la moneta caduta nel colpo, in una macchia di sangue schizzata dal cuore che, intanto, cessava di battere per sempre. La nostra amica già conosceva quell’uomo: era lo stesso stupratore una volta denunciato e in seguito rinchiuso in prigione, ma uscitone quasi subito per uno sconto di pena accordatogli da un giudice misogino; rinnegatore, ormai, d’ogni via etica possibile.