#Due

Un autunno caldo, i tavoli all’aperto, un gelato. Li osservo e respiro, il tempo va di fretta, spesso non c’è spazio per un sorriso, un abbraccio in più. Torno a chiedermi cosa sto tramandando ai miei figli e la risposta è sempre la stessa: provo a insegnare ad accettarsi e amarsi così come sono, con i pregi e le qualità e quei limiti che potranno migliorare ma forse non superare. Cerco di spiegare cose quali sbagliare, fallire, cadere siano normali così come lo saranno essere rifiutati e non compresi. Soprattutto vorrei si considerassero “interi”, senza mai cercare altro per sentirsi completi, fosse l’approvazione del mondo o la sua disapprovazione, perché nessuno ha il potere di smembrare il nostro spirito. Vorrei comprendessero come donarsi all’altro sia una scelta e nulla va chiesto in cambio, che l’amore arricchisce e non distrugge. Passeggiamo di sera inoltrata, alla luce dei lampioni, sotto i platani spogli mi afferrano per le braccia e chiedono di saltare sulle foglie secche. Gliel’ho insegnato io, mi diverte, anche adesso che sono la mamma. Ridiamo di questo poco, una felicità effimera eppure densa e non scorderanno nessuno di questi momenti ne sono certa, così spingo la paura un po’ più in là, cercando costantemente in me stessa tutto il coraggio necessario per essere genitore. In una realtà che ci vuole tutti identici, livellati verso il nulla, vili, incapaci di pensare e pigri nel porci domande, vorrei che loro fossero quelli con la mano alzata.