#CAFFÈ

All’ora di punta la caffetteria brulicava di gente e lei amava confondersi nel brusio tra lo stridere delle sedie, l’odore del cibo e il fresco che arrivava dai soprabiti intrisi di umidità.
«Un caffè senza zucchero, per favore».
L’uomo dall’altro lato del bancone le lanciava un’occhiata prima di voltarsi e armeggiare con la macchina dell’espresso, come consuetudine, nonostante un’insolita frenesia nelle mani. Con gli occhi incollati sulla sagoma di spalle era il momento ideale, per lei, di osservarlo e registrare ogni gesto. La tazzina arrivava puntuale. Fermo a pochi centimetri, la mano di lui si ritraeva mentre lei si rintanava nello specchio nero del caffè bollente, senza che nessuno dei due avesse il coraggio di guardare l’altro in viso. Così le parti si invertivano, a braccia conserte lui catalizzava l’attenzione su di lei e le sue dita arrossate rapide lungo il bordo del piattino. L’attendeva ogni mattina, tentando di indovinare il momento esatto del suo ingresso per poi, sorridendo tra sé, accoglierla con finta noncuranza.
«Un caffè…»
«…Senza zucchero», completava la frase.
Mandava giù il liquido scuro in un solo avido sorso, appallottolava goffamente il soprabito sotto il braccio e si dirigeva in fretta verso l’uscita, stretta da una morsa appena sotto lo sterno. Lui la seguiva con lo sguardo fin oltre le vetrate, infine liberava il ripiano inspirando a fondo. Nella sala ogni cosa sospesa, suoni ovattati, tutto ancora permeato dalla presenza di lei.