#Intermezzo(IX)

Non era granché la Francia, patria della Rivoluzione dei lumi, che illuminò il mondo tempo orsono. Monia s’aspettava di trovarvi libertà, uguaglianza e fratellanza, eppure si trattava soltanto di astratti ideali ammuffiti. Nel concreto, Parigi non differiva molto da Roma o Milano, se non per le strutture architettoniche e un certo tipo di cultura; ma, in sostanza, gli uomini che vi abitavano erano pressappoco gli stessi. Quei barboni, ad esempio, la moneta li aveva veduti anche in Italia, esattamente così: solamente la lingua con cui si esprimevano era diversa. Tuttavia, il loro linguaggio di espressioni e di gesti, di sguardi, smorfie e movimenti, era in tutto e per tutto comune.

Erano esseri umani, umili, abbandonati, dimenticati da Dio e dalla società che li aveva in principio cullati e nutriti. Per un motivo o per un altro, tutti quanti avevano fallito, fosse la sfortuna o l’inettitudine a condannarli, e s’erano ritrovati nel limbo della nullatenenza. Vivevano semplicemente, nella schiettezza senza fronzoli di chi non ha remore legali né morali, nella spontaneità naturale di chi torna allo stato selvaggio dopo aver traversato le vie della civiltà dimenticandole, seppellendole infine sotto le macerie del passato. Perlopiù erano ubriaconi rozzi e bonari, piuttosto volgari ma solidali tra loro e generosi con chi avesse bisogno, senza però mai ostentarlo.

Avrebbe voluto conoscere le loro storie una ad una per arricchirsene spiritualmente, e imparare qualcosa anche da loro.