#LaSigaretta

“No, no e no. Questa merda qui non funziona.” Imprecava, sanguigno e rubicondo, contro di me il nostro mentore – il naso ben più grosso della inerme sigaretta spiegazzata (doveva soffrire pure di vertigini, poverella, visto il rischio che correva di cadere ogni cinque secondi  giù da quelle labbra rinsecchite e infernali, anche se poi rimaneva lì, miracolosamente, attaccata, quasi per un patto di segretissima simbiosi) – calvo. “Come puoi pensare di presentarci queste cagate artificiose in un linguaggio anacronistico e riuscire a uscire – porco cane il bisticcio – a uscire, cazzo, di qui vivo e arrapato!” Lo sguardo non esattamente calmo ma neppure allucinato, buon diavolo che era. “Dico, sei impazzito, ragazzo?” Corpo di una megattera, pensavo tra me e me, proprio davanti a tutti deve farlo. L’aula non era molto grande, è vero, ma ci entravano più persone di quante avessi mai potuto tollerare. “Avessi un briciolo di talento… come queste maestrine dalla penna facile!” Il silenzio, ora non più rosso, divenne plumbeo. “Cristo santo, in te non c’è un’oncia di talento… eppure, per santa Barbara” aggiunse, dopo un attimo di imperscrutabile perplessità “eppure giurerei che in te si sbatte una checca di genio.” Era un’offesa o un complimento?, ci metteva di proposito l’uno contro l’altro?, cosa gli era preso? Buttò sul banco i fogli di carta con un gesto sprezzante della mano corpacciuta. “Cazzate! Mi sfornate un racconto al giorno, non mi interessa se lungo o corto, brutto il cesso, li voglio contati. Sparite.” Sì, era un tipo colorito, energico, ma si faceva voler bene, dopotutto.

La sigaretta era sempre lì, fissa, pronta a far fuoco.