#Manù

È lei. Ho il sole in faccia, ma quando scende dal tram il sistema solare fa una pernacchia a Copernico, a Galileo, alla scienza esatta; con una capriola manda a quel paese il dogma eliocentrico e si piega alla legge fisica dell’eterno irraggiamento del viso di Manù.

Viene verso di me. Anche i suoi passi sfidano Newton ai miei occhi; lo schifoso asfalto di Roma, immondo, appiccicoso, battuto dalle scarpe di milioni di esseri inutili, lei non sembra nemmeno sfiorarlo; i suoi passi non poggiano a terra, prendono a calci la distanza che ci separa.

Si è messa un vestito verde mela che le lascia scoperte quelle ginocchia imperfette e deliziosamente strabiche, ginocchia che si guardano e, ridendo di me, mi avvisano che la via per le cosce è chiusa, a meno che con una carezza non riesca a distrarne una.

Eccola, Manù; mi ha visto e ha attraversato la strada col semaforo rosso per fare prima. Le è bastato un sorriso e un gesto di ringraziamento con la mano aperta ai taxisti con la prescia e ai coatti col nervoso e, come a Mosè, le si sono spartite le acque.

Mancano cinquanta metri e già mi sorride, si aggiusta i capelli per me e io penso che potrò morire felice se mi aggiudicherò il premio: un bacio di saluto sulla guancia che mi faccia sprofondare nel suo profumo di fiori sbocciati su un campo minato.

“Ciao Marco! Ti ho visto da lontano, come stai?”

“Ciao Manù, scusa, io invece non ero sicuro fossi tu, non riconosco mai le persone”