#Scorsoi

Non sapevo allacciarmi le scarpe. Il nonno, al mattino, ancora col buio fuori, me le stringeva alla perfezione, in modo che non avrei avuto problemi durante la giornata. Anche con poca luce, le sue dita filavano nello scorsoio e il mio piede si sentiva fermo e sicuro. Quando imparerai, mi diceva, ancora tutto preso a perfezionare il laccio, sarà sempre troppo tardi. Io gli dicevo che avrei imparato presto. Dovevo trovare il tempo di allenarmi. Non potevo rischiare di attaccarli male e di ritrovarmi in classe con una scarpa slacciata, davanti a tutti, senza riuscire a ricomporre il nodo. Un mattino il nonno si sentì male, o forse cercò di morire. Mamma lo portò all’ospedale. Mi affidò a una vicina, madre di un mio compagno di classe. Mi avrebbe portato lei a scuola, insieme al mio amico. Ma io ero ancora scalzo e senza aria. Non sapevo come fare ad attaccarmi le stringhe. Non avevo il coraggio di chiederlo alla madre del mio amico. Se il mio amico avesse scoperto che non ero in grado di allacciarmi le scarpe, lo avrebbe raccontato a tutti e per me sarebbe stata la fine.  Dovevo inventarmi qualcosa: di sentirmi molto male, per esempio, tentare di svenire. Quando la signora Fanny venne a prendermi, io le raccontai che nonno era morto di pazzia. Ai piedi avevo le sue scarpe sporche, sfilategli da mamma, ancora allacciate alla perfezione. Ricordo ancora il buio di una carezza nei capelli; una matita Staedtler nella tasca. Dai finestroni delle scale l’azzurro feroce della neve.