#ilbatterista

Locale elegante, jazz band americana.

Il più giovane è il batterista, seduto dietro il suo strumento, dietro agli altri, quasi nascosto dai fisici ingombranti di sax e tromba: pantaloni sollevati sulle caviglie, camicia bianca, giacca blu.

Non ha il carisma del cantante, crooner cinquantenne, né il fascino profondo e misterioso del pianista biondo e dannato. È magro, orecchie a sventola, capelli castani lunghi, occhi piccoli e marroni, tenuti bassi sui piatti.

La serata decolla e il pubblico è rapito dalla musica, dalla voce, dall’atmosfera.

Il batterista è sempre al suo posto.

Poi, nel mezzo di un pezzo, la band scende dal palco. Tutti, tranne lui. Un fascio di luce lo avvolge, e inizia il suo assolo.

Sei minuti interi, ipnotizzanti, che entrano sotto la pelle, e lui è un altro: gli occhi brillano, i capelli vorticano, il corpo sussulta, è un tutt’uno con le bacchette. Le doma, come fossero le mani di una donna da sedurre, accompagnare lontano, portare via per sempre.

Il ritmo cala fino a spegnersi quasi, chi ascolta trattiene il respiro, in bilico su mille desideri, poi risale lento, potente, senza tregua, fino al culmine.

Scoppia l’applauso, un boato di eccitazione, di resa, di abbandono.

Lui solleva lo sguardo sul pubblico, per la prima volta.

È orgoglioso, felice, perfettamente a suo agio.

Ha fatto una magia, e lo sa.

Rimette a posto i capelli con un gesto, accenna un sorriso sornione di ringraziamento per l’ovazione.

Bisbiglia: “It’s just my passion”.