#parola

Generalmente non voglio pensare agli esseri amati. Sanguisughe del mio sentire. Di ogni emozione, del tempo da trascorrere soprattutto. Fantasmi di gas che intossicano il cervello, padri e madri delle mie e loro assenze, esseri scontati a cui rivolgersi per la lista della spesa. Soprattutto a te, che un giorno mi hai parlato la lingua della possibilità. Parlavi così tanto che mi foderavo le orecchie di velluto per addolcire il suono della tua voce. Parlavi così tanto che saltando da una frase all’altra il senso di quello che dicevi non cambiava. Con quei discorsi disegnavi il futuro.

Oggi ti vengo a trovare qui, dove ti hanno reso muta. Ti hanno regalato una stanza piena di giocattoli, trine, decorazioni, ciondoli, i tuoi quadri alle pareti e appoggiati a terra. Mi guardi, io con i fiori in mano, anemoni – ho fatto una gran fatica a trovarli – e apri la bocca per tormentarmi ancora. Qui il suono non viaggia, rimane nella tua cavità orale, lo vedo che si aggancia alla lingua e trova una barriera infrangibile che lo blocca là dentro e lo riporta indietro, dove è nato. Da quando sei qui hai iniziato a dipingere, con colori violenti a schiaffeggiare gli occhi, animali immaginari con innumerevoli zampe e bocche e occhi che mi guardano infuriati. E io non posso che avere nostalgia della parola.